Riccobaldo e Seneca |
Le citazioni dalle opere di Seneca in Riccobaldo da Ferrara non sono certo abbondanti. Il corpus del notaio ferrarese � ancora largamente inedito, ma una lunga ed assidua frequentazione mi consente di dire con buon margine di sicurezza che si tratta di soli tre prestiti. Le prime due menzioni riguardano entrambe episodi della vita di Augusto; entrambe sono tese a celebrare, nellÕambito del ritratto morale che chiude la sua biografia, in accordo col modello svetoniano, due doti precipue: una prima volta la sua umanitˆ e la seconda la clemenza del primo imperatore romano. Si tratta di virt� per la veritˆ complementari; anzi, a ben guardare, in particolare proprio dalla specola senechiana, la seconda � corollario dellÕaltra; ma lÕimpressione nostra � che, pi� che altro, Riccobaldo sia stato preso dalla suggestione del fatto curioso in sŽ, adeguato comÕera a vivacizzare il ritratto imperiale di turno, idoneo a divertire ed insegnare insieme, che era giusto lo scopo della sua opera. Nel primo exemplum Augusto, ospite per la cena, assiste ad una crudeltˆ del padrone di casa, e gli impartisce una lezione: un servo sbadato aveva rotto una coppa di cristallo ed era stato condannato ad una morte terribile, divorato dalle murene; lÕimperatore, al quale il disgraziato ricorre, dopo aver mandato in mille pezzi ogni prezioso decoro della mensa, rimprovera aspramente quel padrone di casa. Cos“ racconta il Pomerium Ravennatis Ecclesie, terminato nellÕestate 1297, nel libro quarto, capitolo primo [1]:
Exemplum pulcrum humanitatis eius a |
a humanitatis eius om. E; rubr. om. AVat2UPPVall2R |
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1. Humanitatis eius Seneca quoque testimonium a prebet. Invitaverat quidem Mecenas b ad cenam Augustum c, cumque mense pretiosis vasis essent decorate d, casu e ingruente f servulus verna ministerii vas cristallinum g confregit h. Iratus Mecenas i servum j iussit k trudi l in cisternam m aspidum et serpentum. Quo audito servus n ille amarissimos eiulatus o edebat. |
a testimonium om. B; testem omnium Vall2; quoque testimonium] t. q. L b Mocenas Vat1; pollio Y (apolio B) c ad cenam Augustum] A. ad c. B d decorate om. R e canu U f congruente F g crestallinum G h fregit B i Macenas Vat1; pollio Y (polio B) j servulum B; suum add. P k servum iussit] i. s. Vall2 l intrudi AVat2 m cisternam-serpentum] c. plenam murenarum P; piscinam murenarum et serpentum Y (serpentium Vall2) n servulus Vall2R o ululatus P |
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2. Adveniens a Cesar hunc audivit et vidit tractum b a conservis c, cumque sibi d quidnam e hoc esset accepisset, vocari f servos trahentes imperat, et miserum g servum eliberat h. Cumque i iam pervenisset ad mensas pretiosis vasibus superbas j, virga k quam manu tenebat plurima cristallina l vasa deiecit et fregit, increpans pro tam vili suppellectile dignissimam creaturam hominem esse perdendum, approbantibus cunctis hoc factum et ipse Mecenas m laudavit [2]. |
a audiens AVat2; advenientis Vat3 b contractum AVat2P c servis Vat2Vall2 d ibi add. BR; id add. Vall2 e quidnam] qui dicentia AVat2 f evocari Vat4 g miserum] in F h liberat PVall2; et liberat EVall1 i Cum Vat3 j vasibus superbas] v. superabat AVat2EF–GUVat3Vall1O; vasis one–ratas LVat4; vasis superibat P; superbas om. B k virgam R; et virga FGVat3Vall1 l crestallina R m Mecenas] pollio Y (polio B) |
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La fonte � un dialogo di Seneca, il V, De ira, 40,2-4. Ma Seneca, a proposito del padrone di casa, parlava inequivocabilmente di Vedio Pollione, e nessuna variante � attestata in proposito nelle edizioni critiche di cui disponiamo, mentre nella tradizione del Pomerium si trovano due diverse lezioni: quattordici testimoni danno ÇMecenateÈ; tre ÇPollioneÈ. Nel brano 1, come si � visto, si trova:
mecenas WP (Mocenas Vat1); pollio Y (apolio B)
e
mecenas WP (Macenas Vat1); pollio Y (polio B);
e nel brano 2 ugualmente:
mecenas WP; pollio Y (polio B).
Bisognerebbe pensare dunque che la tradizione del Pomerium si divida o perchŽ discriminata da un errore, oppure perchŽ ci si trova in presenza di una correzione dÕautore. Nel primo caso la tradizione pi� affidabile, rappresentata da un numero esiguo di manoscritti, darebbe la lezione ÇPollioneÈ, e la meno affidabile, la maggioranza dei testimoni, ÇMecenateÈ; nel secondo caso Riccobaldo in un primo tempo avrebbe citato a memoria il brano di Seneca, e in un secondo momento, ricontrollato il testo, avrebbe modificato lÕoriginale, erroneo ÇMecenateÈ con il giusto ÇPollioneÈ, e ci si troverebbe davanti a due testi entrambi di Riccobaldo, ma il secondo successivo al primo.
Che si tratti di una correzione dÕautore non dubiterebbero tutti coloro che ieri, dallo Holder-Egger al Mass�ra, hanno pensato ad una prima, una seconda, e nel caso del Mass�ra, addirittura una terza redazione dellÕopera [3]. E cos“ dunque dovrebbe credere anche oggi Teresa Hankey, che ha fatto sua quella ipotesi[GZ1]. Ma si presenta una grave difficoltˆ: nelle ancora inedite Historie riccobaldiane, e nel relativo Compendium, questÕultimo invece oggi in edizione critica, a cura della stessa Hankey [4], che senza alcuna possibilitˆ di dubbio seguirono la redazione (qualunque redazione) del Pomerium, si ritrova scritto, senza attestazione di variante alcuna, ÇMecenateÈ invece di ÇPollioneÈ!
Ecco il testo delle Historie che traggo dal codice di Trento, Museo provinciale dÕarte 1358 (60):
Humanitatis etiam eius Seneca testimonium perhibet. Invitaverat namque Mecenas Augustum ad cenam; cumque mense strate essent pretiosis vasis decorate, ingruente casu servulus verna ministerii vas cristallinum confregit. Iratus Mecenas servum iussit trudi in cisternam plenam murenis. Quo audito servus ille amarissimos eiulatus edebat magis genere mortis quam morte. Adveniens Cesar hunc audivit et vidit tractum a conservis, cumque quidnam id esset accepisset, vocari servos trahentes imperat, et miserum servum eliberat. Cum autem pervenisset ad mensas pretiosis vasis superbas, virga quam manu tenebat plurima cristallina vasa deiecit et fregit, increpans pro tam vili supellectile dignissimam creaturarum hominem esse perdendum. Idque multi probarunt.
E questo � quello del Compendium: [5]:
Humanitatis eius etiam Seneca testimonium perhibet. Invitaverat quidem Mecenas Augustum ad cenam, cumque mense strate forent preciosis decorate vasis, ingruente casu servulus verna ministerii vas cristalinum confregit. Iratus Mecenas servum iussit trudi in cysternam plenam murenis. Quo audito servus ille amarissimos eiulatus edebat, magis genere mortis quam morte. Adveniens Cesar hunc audivit et vidit tractum a conservis. Cumque quidnam id esset accepisset, vocari servos trahentes imperat, et miserum servum eliberat. Posquam autem pervenit ad mensas preciosis vasis superbas, virga quam manu tenebat plura cristalina vasa deiecit et fregit, increpans pro tam vili suppellectile dignissimam creaturarum hominem esse perdendum; idque a multis probatum est.
La sorpresa � grande: sarebbe a questo punto veramente del tutto singolare ipotizzare che Riccobaldo, dopo aver scritto erroneamente di Mecenate, e dopo essersi corretto al momento della revisione del Pomerium, ritornasse in seguito, e pervicacemente, visto che il Compendium riassume le Historie, al primigenio errore.
Ma non basta. La nota relativa, nella edizione Hankey del Compendium [GZ2], dice: ÇQuesto ÒesempioÓ si trova non solo nelle Hist. ma anche nel Pom. Fonte sarebbe Seneca III,30,2 [ma correttamente: 40,2-4 G. Z.] ma soltanto il Pom. segue Sen. nominando Pollione come padrone di casa. Ne riparler˜ altroveÈ. In attesa dellÕannunciato lavoro si pu˜ fare qualche osservazione di margine. In primo luogo, dunque, la fonte in realtˆ non dovrebbe essere propriamente Seneca (la Hankey dice: ÇsarebbeÉÈ). Penso che lÕeditrice del Compendium sia nel giusto. LÕorigine dellÕaneddoto � indubbiamente senechiana, ma Riccobaldo doveva ripeterne il racconto senza avere pi� il testo esatto sotto gli occhi, se mai un tempo lÕabbia avuto, oppure, come ritengo pi� probabile, lo derivava da una fonte di seconda (o terzaÉ, o quartaÉ) mano, scritta od orale non saprei dire, ma certo ormai piuttosto lontana dallÕoriginale. Le differenze infatti, oltre il nome del padrone di casa, sono notevoli: Riccobaldo afferma, aprendo la scena, che Augusto era stato invitato a cena, e che le mense erano ornate di preziosi suppellettili, mentre Seneca non dice nulla a riguardo; altri particolari riportati da Riccobaldo, e non presenti in Seneca sono lÕira di Mecenate/Pollione, i lamenti strazianti del servo, Augusto che sembra arrivare in quel momento, e che vede gli altri schiavi che trascinano il condannato, Augusto che si dirige alle mense e che con il proprio bastone si dˆ alla distruzione degli oggetti di cristallo (Seneca dice che comanda di romperli), e quindi la morale (pi� cristiana che senechiana, con quella menzione della ÇcreaturaÈ), ed infine lÕapprovazione del padrone di casa nel Pomerium, di ÇmultiÈ nelle Historie e Compendium. Si potrebbe dire che si tratta di variazioni di stile, che Riccobaldo ha messo del suo nella materia fornita da Seneca, ma le cose non stanno proprio in questo modo: quando riscriverˆ il brano per le Historie e il Compendium ripeterˆ pi� o meno pari pari il dettato del Pomerium; mentre non � affatto cos“ per lÕaltro episodio, che non per nulla si chiude nel Pomerium con la ammissione che lÕoriginale di Seneca � molto pi� ÒeleganteÓ del testo di cui � stato capace Riccobaldo. Quando scriverˆ le Historie il ferrarese modificherˆ totalmente lÕaspetto formale del secondo aneddoto, riavvicinandosi al testo di Seneca fino a copiarlo brutalmente, ma non sarˆ in grado di fare lo stesso per il primo episodio, che riprodurrˆ nella identica lezione del Pomerium. Bisognerˆ notare ancora, e non � certo osservazione di poco conto, che nellÕambiente padovano, che certo vide circolare le Historie, composte proprio in quella cittˆ, per esplicita ammissione di Riccobaldo, e concorde parere dei riccobaldisti, non ci fu nessuno che vedesse lÕerrore e che lo segnalasse allÕautore in modo che lÕemendazione, almeno, comparisse nelle opere successive: il Compendium infatti, come giˆ notato, continua a riportare ÇMecenateÈ. Riccobaldo non recuper˜ mai pi� il De ira di Seneca.
Seconda osservazione: in realtˆ, come si � detto sopra, la tradizione del Pomerium non � affatto univoca, come dice la Hankey, nellÕindicare in Pollione il padrone di casa; anzi la maggior parte dei manoscritti dice proprio di Mecenate. Allora si deve concludere che i testimoni che riportano la giusta correzione fanno parte di una famiglia inquinata dallÕintervento di qualcuno che invece o ricordava esattamente, o comunque poteva controllare, che Seneca aveva parlato di Pollione, e non di Mecenate. La prova � grave, e lÕipotesi di redazioni successive del Pomerium, via via pi� corrette, subisce un durissimo colpo.
Una situazione analoga sembrerebbe ripresentarsi nel secondo aneddoto, relativo alla clemenza di Augusto, derivato questa volta dal De clementia. Qui lÕimperatore scopre che un tale progetta di assassinarlo, e dopo un colloquio chiarificatore col congiurato, durante il quale gli chiede di considerarlo ancora un amico, ne ottiene una fedeltˆ a tutta prova, fino alla morte. Ecco il brano ancora come si legge nel Pomerium.
Alterum a exemplum b |
a aliud A b alterum exemplum] e. a. FGVat3Vall1LVat4; e. pulcrum R; e. pulchrum Vall2; de clemencia augusti add. B; rubr. om. Vat1 |
3. Narrat quoque idem Seneca in libro De clementia quem scripsit ad Neronem insigne a Augusti b exemplum. c Cesar pluries d contra insidiatores e sue vite penaliter egerat. Accidit tamen post hec f ut Pompeii Magni nepos Agrippa g, quem in Urbem h restituerat, cum pluribus nobilibus necem Cesaris struxissent i, ut die certa solemni j sacra petens occideretur k. Reserato l hoc m Cesari, Agrippa g vinctus n carcere trusus habebatur [6]. |
a insignem EP b octaviani add. B c Octavianus add. B d plurimes U e indiatores A f hoc AVat2PMVat1 g Agrippa] Cinna G h urbe Vat2GUL–Vat4PBVall2 i struxisse LVat4 j solempni Vat1R k occideret P l revelato P m hoc] loco O n victus PR; in add. Vall2 |
4. Meditanti a ergo b in conclavi c secum quidnam d de Agrippa e esset f acturus, videbat namque eo punito g invidiam sibi crescere h, ab iis i maxime nobilibus qui sanguinis j coniunctione necem k Agrippe l moleste sufferent m et ab hiis n tandem sibi fore cavendum. o Cum mordacibus p curis ageretur q, superveniens Livia r uxor s eumque t intuita u ait quenam esset causa curarum, cui v Cesar causas pandit angoris w; ad hec Livia x: ÇQuandoquidem alias severitatis y experientiam tenes z, qua aa nec profecisti muliebre consilium non parvi pendens, nunc ab hic experiaris ac clementie adÈ. Cui Cesar:ÇLaudo consilium, quod et ae amplectar afÈ [7]. |
a medicanti A b egro AVat2 c condavi P d quidnam] qui dicentia AVat2 e Agrippa] Cinna G f esse L g pugnito P h crescente Vat3 i his Vat2L–Vall2; hiis AFUVat3Vat4–PBR j et add. Vat3 k nece R l Agrippe] Cinne G m sufferrent GLVat4PR n his MVat1 o et add. B p moderatibus AVat2 q angeretur EFGU–Vat3Vall1LVat4; ageret AVat2 r libia EULVat4P–PVall2R s uxore EVall2; uxorque AVat2 t cumque Vall1Vat1; que eum P u intuitus AVat2EFGUVat3–Vall1P; intuit et R v qui MVat1 w auctoris Vat4 x libia EUVat4PVall2R; levia Vall1 y severitates O z tenens AVat2EFUP aa quam L–Vat4; que R ab non AVat2–GULP; nec EB ac expericitis O; hic experiaris] e. h. Vall1 ad clementia Vall1; clemen–tiam FGVat3Vall2 ae et om. E af amplectatur LVat4 |
5. Vocatis igitur ministris imperat duas sellas a sterni et Agrippam b sibi adduci. Quo adducto, ministros exclusit, sedensque imperat Agrippe c altera d pari sella e insidere f, ad quem fari g est orsus h: ÇExigo iÈ, inquit, Ça te, Agrippa j, ut patienter sine interruptione sermonis me audiasÈ. Annuit ille. ÇMirorÈ, inquit k, ÇAgrippa l, cur m beneficiorum in te michi actorum sis ingratus et immemor. Te enim olim n exulem restitui et o in tanto gradu locaveram, ut ii p qui victores fuerunt q tibi victo condam r inviderint s; honestum locum in t Urbe tenebas: quid igitur necem mei innocentis u struxisti v?È [8]. |
a cellas AVat2 b Agrippam] Cinnam G c Agrippe] Cinne Vall2R; Cinnam PB d altam E e cella AVat2; stella Vall2; cella AVat2 f insedere Vat4 g ita add. P h est orsus] o. e. B i exio LVat4 j Agrippa] Cinna G meno R k inquit] enim Vat4 l Agrippa] Cinna P; o Cinna Y m cum R n olim om. F o et om. P p hii AVat2Vat3UVat4BR; hi LPVall2 q fuerant F; fuerint P r quondam Vat4P s inviderunt ALVat4P t in-tenebas] t. i. U. Vall2 u innoscentis P v instruxisti Vat2; istruxisti Vall1 |
6. Hiis a Agrippa b repente respondit: ÇAbsit enim, Cesar, neque suspicabile quidem estÈ. Cui Augustus: ÇIrritastiÈ, inquit, Çquod michi c pactus fuisti perseverantiam d in audiendo: sed ecce si e inanibus f moveor coniecturis. Fuisti, inquam g, tali die et hora talibus edibus, tali conclavi h, hiis i et illis in conventu, in quo tu ipsique j struxistis insidias k michi die l festo ad m sacra pergenti nÈ, nominans quoque locum ad occisionem o addictum p et quibus verbis unusquisque insidiantium q usus fuerat, et qui se ultro eum r gladiis appetere s obtulissent tÈ. |
a His FLVall2MVat1; Vis P b Agrippa] Cinna G c michi om. F d perseverentiam P e si om. Vall1 f in annibus R g inquid U h clavi O i his FPVall2RMVat1 j ipsi qui Vat2 k insidias om. B l michi die] d. m. AVat2 m ac Vat2 n perienti P o ad occisionem] occisionis Vall2 p adiectum Vat4; addiectum L; additum P q insidiantium-fuerat] u. f. i. P r cum FLVat4Vall2; om. B s oppetere Vall2 t obtilissent Vat1; obtulisset P; abstulissent Vall1 |
7. Agrippa a hiis b auditis, tabescentia oris c testimonium d sceleris reddente, caput demisit e. Tum f quoque Cesar:Ç Iterum a te, Agrippa g, exigo [GZ3]rem unam, quam ratam ducas perpetuoÈ. Cui ille: ÇQuecumque h preoptabis i efficiamÈ. ÇVoloÈ, inquit, Augustus ÇAgrippa j, ut me in tuum amicum admittas, omissis k quibuscumque l preteritis m, sitque inter te et me amicissime n amicitie fedus oÈ. Cui Agrippa p: ÇEtsi indignus sim q, etiam servus tuus esse non dedignorÈ. |
a Agrippas FGVat3Vall1; Cinna G b his PMVat1 c horis Vat1R; his oris Vall1 d testemonium L e dimisit UPB f tunc AEFGUVat3Vall1–LPR g a te, Agrippa] Cinna a te P; a te o cinna Y h que–cunque P i peroptabis Vall2 j Agrippa] o cinna Y k obmissis APR l quibuscunque P; qui–busdam Vat4 m pactis MVat1 n amicissima R; ar–tissime P o foedus Vall2 p Agrippa] Cinna G q sum EFGVat3 |
8. Surgens igitur Cesar Agrippam a amplexu et obsculo b amoris et gratie testimonio suscipiens fovit. Accersiti c ministri suscedunt d, hunc et illum hilari e vultu prospectant, manibus manus serentes: liberatur, solvitur f, fit g conviva h frequens, Augusti i in numero paucorum amicorum taxatur. Cum hanc clementiam j universi admirati fuissent, non ultra sibi insidiatores sensit k Augustus [9]. Aiebant enim et cui l insonti timendum est m ab illo qui non solum sontibus remissionem, sed officiositatem et meram necessitudinem prebet nÈ. |
a Agrippam] Cinnam G (Cesar Agrippam] Cinnam Ce. Vall2) b obosculo AVat2; osculo FGVat3Vall1L–Vat4PVall2R c accensiti FG d succedunt FGVat3Vall1–PR e ilari LPMVat1R; ylari Vat4 f servitur solvitur W (servit solvitur Vat4) g fit om. E h convivia FVat1; con–viviam B i Augusto W j hac clementia B k insidiatores sensit] s. i. P l et cui om. MVat1 m est om. Vall2 n prebetur MVat1 |
9. Post hec a cunctis amabilis b vixit Augustus. Agrippa c vero d eum e vivens f ut g parentem coluit; decedens ut filium genitum universalem heredem instituit. Hoc h refert i Seneca, sed elegantiori sermone. |
a hoc P b cunctis amabilis] a. c. LVat4 c Agrippa] Agrip–pam Vat4; Cinna G d vero om. P e cum FR; eum dopo parentem B f viventem Vat4 g ut om. F h hec AVat2–Vat3Vall1LVat4PVall2 i reffert Vat4 |
Il codice di Trento delle Historie dice:
Et quia vir clementie fuit, ponetur exemplum clementie vel de clementia eius quia [leggi: quod] Seneca ponit libro suo De clementia ad Neronem.
Exemplum spetiosum de clementia eius.
<D>ivus Augustus fuit mitis princeps. Cum iam annum XL transisset et in Gallia moraretur, delatum est ad eum inditium L. Cynnam, stolidi ingenii virum, insidias ei struere; dictum est et ubi et quando et quemadmodum aggredi vellet. Unus ex consciis deferebat. Nox illi inq<ui>eta erat, cum cogitaret adolescentem nobilem, hoc detracto integrum, Ga. Pompeii nepotem dampnandum; iam unum hominem occidere non poterat, cum M. Anthonium [leggi: Anthonius] proscriptionis edi<c>tum in trigesimo dictaret. Gemens subinde varias voces emittebat et intra se contrarias: ÇQuid ergo? Ego percussorem meum securum ambulare patiar? Me sollicito? Num dabit penas? Qui tot civilibus bellis frustra petitum capud, tot navalibus pedestribusque preliis incolume, postquam tanta terra marique pax parta est, non occidere constituat sed immolare?È Nam sacrificantem placuerat adoriri. Rursus silentio interposito maiore multo voce sibi quam Cyn<n>e irascebatur: ÇQuid vivis, si perire te tam multorum interest? Quis finis erit suppliciorum? Quis <s>anguis? Ego sum nobilibus adolescentulis expositum caput, in quod mucrones acuantur; non est tanti vita si, ut ego non peream, tam multorum perdenda sunt capitaÈ. Interpellavit illum tandem Livia uxor sua: ÇAdmictisÈ, inquit, Çmuliebre consilium? Fac quod medici solent, qui ubi usitata remedia non procedunt, te<m>ptant contraria. Severitate nichil adhuc profecisti. Salvidenum Lepidus secutus est; Murena Lepidum; Murenam Cepido; Cepidonem Ignatius, ut alios taceam quo<s> in tantum ausos pudet. Nunc tempta quomodo cedet tibi clementia: ignosce L. Cynne. Deprehensus iam nocere non potest, prodesse tue fame potestÈ. Gavisus sibi quod advocatum invenisset, uxori quidem gratias egit. Renunctiari autem extemplo amicis quos in consilium rogaverat imperavit, et Cynnam unum ad se accersit, dimissisque omnibus e cubiculo, cum alteram poni Cynne cathedram iussisset, ÇHocÈ, inquit, Çprimum a te peto, ne me loquentem interpelles, ne medio sermone meo proclames; dabitur tibi liberum tempus loquendi. Ego te, Cynna[m], cum in hostium castris invenissem, non factum tantum inimicum, sed natum servavi, patrimonium tibi omne concessi. Hodie tam felix et tam dives es ut victo victores invideant. Sacerdotium tibi petenti, et preteritis compluribus quorum parentes mecum militaverant, dedi. Cum sic de te meruerim, occidere me constituistiÈ. Cum ad hanc vocem exclamasset procul hanc abesse dementiam, ÇNon prestasÈ, inquit, Çfidem, o Cynna: convenerat ne interloquereris. Occidere me, inquam, parasÈ. Adicit locum, socios, ordinem insidiarum, cui commissum esset ferrum. Cum eum defixum videret, nec ex conventione iam sed ex coscentia tacentem, ÇQuoÈ, inquit, Çhoc animo facis: ut ipse sis princeps? Male mehercule cum populo Romano agitur, si tibi ad imperandum nichil preter me obstat. Domum tuam tueri non potes, nuper libertini hominis gratia in privato iudicio superatus es, adeo nichil facilius potes quam contra Cesarem advocare. C[r]edo si spes tua<s> solus impedio Paulusne te, Fabius Maximus et Cossi servilia ferret tantumque Augustum nobilium non inania nomina proferentium, si deorum quo ymaginibus decori sint. Et ne orationem eius repetendo partem magnam voluminis occupem, ait Seneca, diutius enim quam duabus horis locutum esse constat, cum hanc penam qua contentus erat extenderet: ÇVitamÈ, inquit, Çtibi, Cynna, iterum do, prius hosti, nunc insidiatori ac parricide. Et hodierno die inter nos amicitia incipiat: contendamus utrum ego meliori fide tibi vitam dederim an tu debeasÈ. Post hoc detulit ultro consulatus questus, quod non auderet petere. Amicissimum fidelissimum habuit, heres illi solus fuit. Nullus [leggi: Nullis] amplius insidiis ab ullo petitus est.
E il Compendium [10]:
Seneca in libro de Clemencia quem scripsit Neroni, aliud exemplum ponit de clemencia Augusti.
Augustus post aliquas coniurationes patefactas Cynnam nepotem Pompeii Magni delatum de coniuratione facta contra Augustum, eumdem servatum habebat in carcere. Fluctuabat eius animus utrum eum compertum sontem coniurationis damnaret an dimitteret. Aiebat enim secum: ÇEgo eum qui me occidere statuit permittam securum abire?È Rursus secum: ÇQuid vivis si perire te tam multorum interest? quis finis suppliciorum? quis sanguis? non est tanti vita si ut ego non peream tam multorum perdenda sunt capitaÈ. Interpellavit eum Livia uxor adveniens: ÇAdmittisÈ, inquit, Çmuliebre consilium? fac quod medici solent, qui ubi usitata remedia non procedunt, temptant contraria. Severitate adhuc nichil profecisti. Salvidenus, post Lepidus. Inde Murena, Cepo quoque, mox Ignatius, omnes ii suo modo, quisque contra te coniuraverunt: omnes pena coripuit. Nunc tempta quomodo tibi cedet clementia. Ignosce L. Cynne. Deprehensus nocere non potest; prodesse tue fame potestÈ. Hoc uxori uxori consilium Augusto fui pergratum. Cynnam unum adduci iussit, et dimissis omnibus e cubiculo, poni Cynne alteram cathedram iussit. Tum Augustus Cynne exposuit quomodo pater et avus illius Pompeius inimici fuerunt Cesaris patris et sui; quomodo restituerit eum et bona similiter, et quomodo post hec et alia beneficia ipsum Augustum cum aliis ipse perimere in sacrificio statuerit, et omnia per ordinem exposuit que in coniuratione acta fuerant, nominans locum, diem, verba, dicta et presentes. Cum plurima deinde ad rem pertinencia dixisset Cynne, tum ait: ÇVitam tibi, Cynna, iterum do, prius hosti, nunc insidiatori ac patricide, et hodierno die inter nos amicicia incipiatÈ. Preter hec deinde detulit ultro consulatus, et questus, que petere non fuisset ausus. Inimicissimum fidelissimum habuit, heres illi solus fuit Augustus; nullis amplius insidiis ab ullo petitus fuit.
Nel Pomerium dunque la tradizione si ripresenta bipartita: gli undici testimoni della prima redazione, per dir cos“, hanno un erroneo ÇAgrippaÈ, gli altri sei il giusto ÇCinnaÈ. Ma non in maniera monolitica: nel brano 3 si legge:
agrippa W; cinna G.
Nel brano 4:
agrippa W; cinna G
agrippe W; cinne G.
Nel brano 5:
agrippam W; cinnam G
agrippe W; cinne G (cinnam B);
ma attenzione:
agrippa WR; cinna G (meno R);
agrippa W; cinna P; o cinna Y.
Nel brano 6:
agrippa W; Cinna G.
Nel brano 7:
agrippa W (agrippas FGVat3Vall1); cinna G
a te agrippa W; a te o cinna Y; cinna a te P,
ma ancora una sorpresa:
agrippa WP; o cinna Y;
poi di nuovo:
agrippa W; cinna G.
Infine nel brano 8:
agrippam W; cinnam G;
e nel 9:
agrippa W (agrippam Vat4); cinna G.
Che cosa concludere? Indubbiamente in questo secondo caso siamo in presenza di un aggiustamento non pi� limitato a Y, il gruppo su cui intervenne il correttore colto, ed oltre tutto confermato nella sua autenticitˆ dalle corrispondenti lezioni ÒgiusteÓ delle Historie e del Compendium. Insomma qui lÕidea del Riccobaldo che prima cita a memoria, e che poi ricontrolla e corregge, funziona. Tanto pi� che il testo delle Historie e del Compendium ripete molto pi� da vicino il testo senechiano. Riccobaldo dunque, almeno a partire dagli anni 1302-03, ai quali si dovrebbe far risalire la redazione delle sue Historie, maneggi˜ (di nuovo?) un qualche esemplare del De clementia di Seneca.
Ma rimangono aperte due questioni: il correttore che opera nel gruppo di testimoni della cosiddetta seconda redazione, � proprio Riccobaldo, o qualcunÕaltro che confrontando Pomerium e Historie e/o Compendium provvide ad uniformare? Era una facile opportunitˆ: copie delle tre opere, e di altre di Riccobaldo, furono insieme per anni nella biblioteca dei signori dÕEste. La cosa non � di poco momento, poichŽ implica la risoluzione della questione della singola o doppia redazione del Pomerium. Che anche nella parte della tradizione ÒcorrettaÓ sia rimasto, perchŽ evidentemente sfuggito al revisore, un erroneo ÇAgrippaÈ al posto del corretto ÇCinnaÈ, dimostra allÕevidenza che non si tratt˜ in ogni caso di una riscrittura, ma di una modifica sulla base del testo originario, cui si provvide con cancellature ed/od aggiunte, interlineari o di margine comÕera - ed �É - normale. E se il correttore � proprio Riccobaldo, la sua intenzione era quella di chi rettifica un lavoro che considera comunque attuale, o quella di chi si appresta ad una nuova opera ed aggiorna il materiale raccolto in passato?
Cominciamo con alcune constatazioni. Le aggiunte e le correzioni presenti nel gruppo P si ritrovano per lo pi� identiche nelle opere successive di Riccobaldo; ma non tutte sono anche in Y, su cui intervenne, come si � visto, un correttore colto diverso da Riccobaldo, forse un cremonese [11]. Non quindi di una prima e di una seconda (e men che meno di una terza) edizione del testo del Pomerium si deve parlare, ma di un unico testo, quello originariamente dedicato a Michele arcidiacono, e di una copia di lavoro di Riccobaldo medesimo, con aggiornamenti fino al 1300, vale a dire fino ad una data molto prossima alla redazione delle Historie, comÕ� naturale e ben comprensibile: la nuova opera assorbiva la vecchia corretta ed accresciuta.
A differenza della Hankey [12], io credo che il ferrarese scrivesse le Historie proprio sulla falsariga del Pomerium. Come tanti professori universitari, passati e presenti, rispolverava un vecchio lavoro e lo ripresentava rivisto. Se ne discost˜ pi� o meno grandemente a seconda che le nuove fonti di cui era venuto in possesso, o la rilettura di quelle che pi� o meno superficialmente aveva giˆ conosciuto [13], insieme ad un nuovo atteggiamento mentale nei confronti delle sue fonti, lo obbligavano a farlo. Ma � evidente che lÕimpianto generale � il medesimo; il dettato spesso e spessissimo � vicinissimo quando non identico: basti in questa occasione guardare al primo degli ÒexemplaÓ tratti da Seneca, quasi del tutto speculare tra Pomerium ed Historie, e, per converso, la riscrittura del secondo episodio, del tutto modellata sul testo senechiano nelle Historie, quanto era stata ÒliberaÓ nel Pomerium. Da questa copia di lavoro deriv˜ anche il gruppo Y, ma in uno stadio precedente a quello, per dir cos“, finale. In seguito Riccobaldo inser“ ancora il frutto delle nuove letture e delle sue riletture, da cui rimase escluso Y. Cos“ potremmo schematicamente rappresentare lo stato della tradizione del Pomerium in questo modo:
W ¨ P1 ¨ P2
ø
Y
AllÕorigine di W sta un esemplare scritto a Ravenna, probabilmente agli inizi del Quattrocento; il capostipite di P deve risalire a data molto prossima al 1300, terminata tra Padova e Verona; mentre Y deriva da una copia dellÕinizio del Trecento, di area prossima a Cremona. Tutto ci˜ in base ad una serie di osservazioni che dovr˜ svolgere altrove.
Se ora ci volgiamo ad intendere il modo con il quale Riccobaldo usa nel Pomerium dei due aneddoti su Augusto, troviamo abbondanti conferme di cose che giˆ abbiamo immaginato. Il primo brano � - oltre la sostanza dellÕepisodio - ben diverso dal dettato originario. Con tutta probabilitˆ perchŽ ripreso di seconda mano, come detto. Ma anche il secondo exemplum si discosta notevolmente dalla fonte. Il notaio ferrarese che scrive di storia non si sente allÕaltezza dello scrittore antico, e, pur recuperando il senso del racconto, illustra a suo modo. Qua e lˆ colorisce maggiormente, accentua le tinte, fornisce particolari inesistenti nel modello, ma ne omette anche altri indispensabili alla comprensione piena della vicenda. Confonde, ad esempio, la meditazione solitaria dellÕimperatore con la discussione che avviene nel consiglio dei pi� fedeli; dimentica la notte agitata di Augusto che precede lÕincontro chiarificatore, ed alcune delle principali considerazioni dellÕimperatore; moltiplica le battute del dialogo. Da un lato drammatizza maggiormente lÕincontro, dallÕaltro omette molte delle ragioni proprie che muovono il discorso di Augusto. Parla dellÕabbraccio di pace finale, dellÕarrivo degli altri nel palazzo, della gioia che alla fine prende tutti quanti, ed aggiunge ancora altro di cui Seneca non aveva fatto parola. Il racconto riccobaldiano risulta complessivamente piuttosto schematico, magari pi� ricco esteriormente di particolari, ma tutto sommato fondamentalmente meccanico, e molto pi� povero di motivazioni contenutistiche.
LÕuso dunque che Riccobaldo fa degli exempla attinti da Seneca sembra non discostarsi affatto da quello corrente di tanti contemporanei nei confronti di altre autoritˆ del passato; eppure bisognerˆ notare che qui si tratta di un maestro senza ombra di dubbio pagano, non rivestito - almeno per quello che mostra di sapere il ferrarese - di alcun abito cristiano, o pre-cristiano, o para-cristiano; un maestro autorevole, ma pur sempre filosofo e retore della classicitˆ romana. O autorevole proprio per il semplice suo appartenere a quella classicitˆ? Se Riccobaldo sceglie Seneca � perchŽ il fatto in sŽ � curioso, didatticamente felice, ma perchŽ Ž anche ben raccontato ed illustrato: Seneca narra Çelegantiori sermoneÈ, scrive Riccobaldo attorno al 1297 nel Pomerium, dopo aver fatto un sunto della fonte; ma quando, poco dopo lÕanno fatidico 1300 ritorn˜ a riferirne nelle Historie, ed ancora intorno al 1318 nel Compendium, giudicherˆ il modello perfetto, e per riavvicinarsi alle altezze di Seneca non saprˆ che ricopiarne letteralmente o quasi il testo originale, magari con qualche difficoltˆ di lettura (e di relativo fraintendimento, se non � colpa dellÕesilissima tradizione). Il mutamento � notevole, perchŽ testimonia un diverso uso di quegli exempla di derivazione classica, a cavallo tra Medioevo ed Umanesimo; ecco un modello che diviene riproduzione, non pi� del solo contenuto, ma anche dello stesso linguaggio che lo ha trasmesso, ecco la riconquista della, per dir cos“, nuditˆ della storia, seppure in maniera ancora rudimentale.
Annalogamente sarˆ solito fare quasi sempre nelle grandi opere di compilazione. Molto pi� originale, ed anche stilisticamente molto pi� riuscito - ma molto meno ÒumanistaÓ! -, risulterˆ invece nella opera tutta ÒsuaÓ, la breve storia di Ferrara in cui non � pi� costretto a seguire un modello perchŽ modello non cÕ�, nŽ passato nŽ presente [14]. Ma dal Pomerium al Compendium il vincolo della fonte, e la correlativa reverenza, oltre che la scarsa fiducia nei suoi mezzi, gli impedirˆ sempre di essere veramente se stesso, si tratti di Seneca o di Livio, di Giovenale o di Giustino.
é un fatto comunque, per tornare a quel che pi� qui ci interessa, che Seneca gli serve nel Pomerium solamente come cava di sassi, non come filosofo o moralista. Da lui trae pure notizie, non insegnamenti. ComÕ� corrente nel Riccobaldo del Pomerium, che, ad esempio, usa amplissimamente di Orosio, ma salta sistematicamente, direi con fastidio, tutte le tirate moraleggianti dellÕAdversus paganos. La sensibilitˆ di Riccobaldo, lˆ dove si mostra forte, � per altre cose: la geografia, intesa come storia del costituirsi nel tempo dei luoghi civili, e soprattutto il governo, degli imperi come dei regni come delle cittˆ; la moralitˆ della conduzione della cosa pubblica intesa come razionale amministrazione delle risorse proprie degli imperi, dei regni, delle cittˆ [15]. Cos“ del molto e moltissimo che Seneca poteva dargli usa quel pochissimo che gli pare utile a delineare le doti di quel sovrano ideale che giˆ secoli di letteratura didattica, poetica e storica avevano provveduto ad identificare in Augusto.
Del resto di Seneca Riccobaldo mostra di conoscere ben poco altro. Le sole notizie biografiche che fornisce nel Pomerium ricava dal Chronicon di Girolamo, sotto il regno di Nerone:
Iunius Gallio frater Senece a egregius declamator b propria se manu c occidit. |
a Senece om. LVat4 b declator E c se manu] m. se PVall2 |
a Lucius Anneus Seneca Cordubensis, Lucani patruus, Neronis preceptor, incisione venarum et veneni b haustu c periit. |
a anno XI a marg. R b veni E c austu P |
a Lucius Anneus Melas, frater Senece et Galionis b, bona Lucani poete c filiis suis d a Nerone promeruit e [16]. |
a anno XIIII a marg. R b Gallionis PBVall2R c Lucani poete] p. L. LVat4 d filiis suis] filii sui Y e premeruit GVat4; meruit A |
LÕultima derivazione offre infine una conferma e dei suoi interessi geografici e dellÕincessante lavoro di aggiornamento della sua opera prima: il brano che si legge in Compendium I, 39 sulla fondazione di Padova ad opera di Antenore:
Anthenor Troia relicta venit in Venetiam. Patavium condidit, ut aiunt Seneca et Solinus
ha un parallelo in unÕaggiunta del Pomerium, presente nei soli tre mss. P:
Per hec tempora Anthenor profugus a Troia in Italia condidit urbem Patavium in Venetia, ait Seneca, libro secundo De consolatione; idem ait Solinus suo libro.
Le fonti sono il dodicesimo dei dialoghi di Seneca, Ad Helv. VII,6: ÇQuid interest enumerare Antenorem Patavi conditoremÉÈ e Solino 2,10: ÇNotum est a Philoclete Petiliam constitutam,É Patavium ab Antenore[GZ4]ÉÈ [17].
LÕesule Riccobaldo si ritrova nelle mani il dialogo di Seneca, e legge avidamente di mitici esuli che fondarono cittˆ e regni, e trova una ulteriore prova della fondazione di Padova da parte di Antenore, di cui giˆ sapeva da Livio e Virgilio, oltre che da quanto si divulgava in quella cittˆ, che probabilmente allora lo ospitava. Prende allora il testo del suo primo lavoro, il Pomerium, che tiene sempre a portata di mano, e nel punto del secondo libro che ricordava la fine di Troia si scrive la nota sulla fondazione di Padova. La inserirˆ nel testo delle Historie (probabilmente), e poi nel Compendium. Dal Pomerium al Compendium: unÕunica grande opera storica continuamente aggiornata e corretta, che riga dopo riga ci rivela oggi, a riuscirla dipanare, la storia della crescita della cultura di Riccobaldo, e con lui di una pezzetto - ma quanto rilevante! - del primo Trecento italiano.
Gabriele Zanella
[1] Adopero il testo critico che vado costituendo. Faccio uso delle sigle seguenti: A - Berolinense Hamilton 570 (metˆ sec. XV); B - Busto Arsizio M 17 (sec. XIV); E - Estense lat. 480 (sec. XV); F - Laurenziano Conv. Soppr. B 4, 878 (sec. XV); G - Guelfebirtano Aug. 18. 5 (sec. XVI in.); L - Leidense Perizoniano F. 8 (sec. XV2); M - Marciano latino IX, 22 (3390) (sec. XV); O - Oxoniense Canon misc. 415 (sec. XV); P - Parisino latino 4911 (sec. XV1); R - Vaticano Rossiano 230 (sec. XV1); U - Udine, Arch. di St., frammento 78 (sec. XIV1); Vall1 - Vallicelliano D 19 (sec. XV); Vall2 - Vallicelliano D 22 (sec. XV2); Vat1 - Vaticano latino 5989 (sec. XIV ex.); Vat2 - Vaticano latino 5291 (metˆ sec. XV); Vat3 - Vaticano latino 2011 (sec. XV); Vat4 - Vaticano latino 3796 (metˆ sec. XV); W - accordo tra AVat2EFGUVat3Vall1LVat4P; Y - accordo tra BVall2R; P - accordo tra MOVat1; G - accordo tra YP. Numero i paragrafi per mia comoditˆ. Per Riccobaldo in generale vedi da ultimo il Repertorio della cronachistica emiliano-romagnola (secc. IX-XV) Roma 1991 (Nuovi studi storici 11), pp. 163-82, con indicazione dei manoscritti e bibliografia completa. La vita di Augusto � stata stampata sulla base di due manoscritti, uno del Pomerium e uno della Compilatio, da G. Ponte Un esempio di traduzione boiardesca: lÕinedita vita di Augusto, in Studi di filologia e letteratura, II-III, dedicati a Vincenzo Pernicone, Genova 1975, pp. 175-99.
[2] Seneca De ira, in Dialogorum Libri Duodecim, ed. L. D. Reynolds, Oxford 1977, V,40,2-4:ÇÉ fecit divus Augustus, cum cenaret apud Vedium Pollionem. Fregerat unus ex servis eius crustallinum; rapi eum Vedius iussit ne vulgari quidem more periturum: murenis obici iubebatur, quas ingentis in piscina continebatÉ Evasit e manibus puer et confugit ad Caesaris pedes, nihil aliud petiturus quam ut aliter periret, ne esca fieret. Motus est novitate crudelitatis Caesar et illum quidem mitti, crustallina autem omnia coram se frangi iussit conplerique piscinam. Fuit Caesari sic castigandus amicus, bene usus est viribus suis:ÒE convivio rapi homines imperas et novi generis poenis lancinari? Si calix tuus fractus est, viscera hominis distrahentur? Tantum tibi placebis, ut ibi aliquem duci iubeas ubi Caesar est?ÓÈ.
[3] G. Zanella Riccobaldo e dintorni. Studi di storiografia medievale ferrarese Ferrara 1980, pp. 19-20 e note relative.
[4] Ricobaldi Ferrariensis Compendium Romanae Historiae, ed. A. T. HAnkey, Roma 1984 (FSI 108); sulle due redazioni del Pomerium pp. XI-XII.
[5] VIII,9, p. 476.
[6] Seneca De clementia, ed. C. Hosius, Leipzig (Teubner) 19142, I,IX,1-3:ÇHoc quam verum sit, admonere te exemplo domestico volo. Divus Augustus fuit mitis princepsÉ iam pugiones in sinum amicorum absconderat, iam insidiis M. Antonii consulis latus petierat, iam fuerat collega proscriptionis. Sed cum annum quadragensimum transisset et in Gallia moraretur, delatum est ad eum indicium L. Cinnam, stolidi ingenii virum, insidias ei struere; dictum est, et ubi et quando et quemadmodum adgredi vellet; unus ex consciis deferebat. Constituit se ab eo vindicare et consilium amicorum advocari iussit. Nox illi inquieta erat, cum cogitaret adulescentem nobilem, hoc detracto integrum, Cn. Pompei nepotem damnandum; iam unum hominem occidere non poterat: cui M. Antonius proscriptionis edictum inter cenam dictaratÈ.
[7] Sen. De clem. I,IX,4-7:ÇGemens subinde voces varias emittebat et inter se contrarias:ÒQuid ergo? Ego percussorem meum securum ambulare patiar me sollicito? Ergo non dabit poenas, qui tot civilibus bellis frustra petitum caput, tot navalibus, tot pedestribus proeliis incolume, postquam terra marique pax parata est, non occidere constituat, sed immolare?Ó (nam sacrificantem placuerat adoriri). Rursus silentio interposito maiore multo voce sibi quam Cinnae irascebatur: ÒQuid vivis, si perire te tam multorum interest? Quis finis erit suppliciorum? Quis sanguinis? Ego sum nobilibus adulescentulis expositum caput, in quod mucrones acuant; non est tanti vita, si, ut ego non peream, tam multa perdenda suntÓ. Interpellavit tandem illum Livia uxor et: ÒAdmittis,Ó inquit, Òmuliebre consilium? Fac, quod medici solent, qui, ubi usitata remedia non procedunt, temptant contraria. Severitate nihil adhuc profecisti; Salvidenum Lepidus secutus est, Lepidum Murena, Murenam Caepio, Caepionem Egnatius, ut alios taceam, quos tantum ausos pudet. Nunc tempta, quomodo tibi cedat clementia; ignosce L. Cinnae. Deprensus est; iam nocere tibi non potest, prodesse famae tuae potest.ÓÈ.
[8] Sen. De clem. I,IX,7-8:ÇGavisus, sibi quod advocatum invenerat, uxori quidem gratias egit, renuntiari autem extemplo amicis, quos in consilium rogaverat, imperavit et Cinnam unum ad se accersit dimissisque omnibus e cubiculo, cum alteram Cinnae poni cathedram iussisset: ÒHoc,Ó inquit, Òprimum a te peto, ne me loquentem interpelles, ne medio sermone meo proclames; dabitur tibi loquendi liberum tempus. Ego te, Cinna, cum in hostium castris invenissem, non factum tantum mihi inimicum sed natum, servavi, patrimonium tibi omne concessi. Hodie tam felix et tam dives es, ut victo victores invideant. Sacerdotium tibi petenti praeteritis compluribus, quorum parentes mecum militaverant, dedi; cum sic de te meruerim, occidere me constituistiÓÈ.
[9] Sen. De clem. I,IX,9-12:ÇCum ad hanc vocem exclamasset procul hanc ab se abesse dementiam: ÒNon praestas,Ó inquit, Òfidem, Cinna; convenerat, ne interloquereris. Occidere, inquam, me parasÓ; adiecit locum, socios, diem, ordinem insidiarum, cui commissum esset ferrum. Et cum defixum videret nec ex conventione iam, sed ex conscientia tacentem: ÒQuoÓ, inquit, Òhoc animo facis? Ut ipse sis princeps? Male mehercules cum populo Romano agitur, si tibi ad imperandum nihil praeter me obstat. Domum tueri tuam non potes, nuper libertini hominis gratia in privato iudicio superatus es; adeo nihil facilius potes quam contra Caesarem advocare. Cedo, si spes tuas solus impedio, Paulusne te et Fabius Maximus et Cossi et Servilii ferunt tantumque agmen nobilium non inania nomina praeferentium, sed eorum, qui imaginibus suis decori sint?Ó Ne totam eius orationem repetendo magnam partem voluminis occupem (diutius enim quam duabus oris locutum esse constat, cum hanc poenam, que sola erat contentus futurus, extenderet): ÒVitamÓ, inquit, Òtibi, Cinna, iterum do, prius hosti, nunc insidiatori ac parricidae. Ex hodierno die inter nos amicitia incipiat; contendamus, utrum ego meliore fide tibi vitam dederim an tu debeasÓ. Post hoc detulit ultro consulatum questus, quod non auderet petere. Amicissimum fidelissimumque habuit, heres solus illi fuit. Nullis amplius insidiis ab ullo petitus estÈ.
[10] VIII,9-10, pp. 476-77.
[11] G. Zanella Note cronistiche del cremonese Gasapino Antegnati (sec. XIII-XIV) da un manoscritto del Pomerium Ravennatis Ecclesie di Riccobaldo da Ferrara Cremona 1991.
[12] Compendium, p. XXXVIII: ÇÉ non ho trovato motivo di pensare che R. sia tornato al Pomerium quando preparava il CompendiumÈ; pare di dover pensare che lo stesso si debba stimare per Historie e Pomerium, visto che il Compendium � abbreviazione di quelle.
[13] Cf. G. Zanella Riccobaldo e Livio ÇStudi PetrarcheschiÈ 6 (1989) [ma 1991], pp. 53-69.
[14] Riccobaldo da Ferrara Chronica parva ferrariensis Introd., ed. e note di G. Zanella, Ferrara 1983 (Dep. prov. ferr. di st. pat., Monumenti, IX).
[15] G. Zanella Machiavelli prima di Machiavelli Ferrara 1985.
[16] Hier. 2080:ÇÉ JuniusÉ Gallio frater Senecae egregius declamator propria se manu interfecitÈ; 2081:Ç11. Lucius Annaeus Seneca Cordubensis, praeceptor Neronis, et patruus Lucani poetae, incisione venarum, et veneni haustu periitÈ; 2084:Ç14. L. Annaeus Mella, Senecae frater et Gallionis, bona Lucani poetae filii sui a Nerone promereturÉÈ.
[17] Non si vede perch� commenti la Hankey, p. 46: Çcon poca esattezzaÈ.
[GZ1]cita
[GZ2]cita
[GZ3]controlla